Il Ritorno dei Super Robot?!

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sulla fanzine Tomoko #2.

Se quello dei Real Robot resta un genere di nicchia, altrettanto si può dire di quello Super Robot, fino a un ventennio fa pane quotidiano degli otaku della prima ora e pian piano reinterpretato in nuovi sottogeneri, che vanno dalle majokko ai tokusatsu.
--Dobbiamo quindi rassegnarci alla definitiva “morte” del genere che tanto ci aveva intrattenuti da bimbini?
La cronaca recente dell’animazione giapponese sembra dissentire, avendoci offerto due titoli che abbracciano completamente il genere ma—Sono riusciti nel loro intento?

Brave Bang Bravern (勇気爆発バーンブレイバーン, Yuuki Bakuhatsu Bang Bravern) è il primo titolo da menzionare nella nostra lista. L’omaggio è palese e sfrontato alle Brave Series (勇者シリーズ, Yuusha Series) di Sunrise-iana memoria, a loro volta omaggio al franchising dei Trasformers, foraggiato dall’orfana Takara ritrovatasi all’improvviso priva della ciccia americana.

Partendo da una fantomatica ambientazione “real”, il vero volto della serie viene rivelato già nel primo episodio della serie, dove un appassionato Bravern, il robottone umanoide senziente titolare, si lega al disincantato protagonista Isami travolgendo le impotenti forze armate giapponesi e calciando il sederone alieno del Deathdriver della settimana, lascia storditi noi spettatori di mezzo mondo.
Presto a Bravern si affiancherà lo scontroso Superbia, e mentre la spiegazione del “segreto” che muove gli invasori si accompagnerà alla presa di coscienza dell’esilarante Lulu, inverosimili ribaltamenti di prospettive giustificati da ancor meno improbabili viaggi nel tempo ci daranno il colpo di grazia sull’”identità” dell’appassionato (forse un po’ troppo!) sergente Smith.

La serie vanta la giocosa regia dell’immenso Masami Obari, da poco reduce dal curioso ma frigido Gundam Build Metaverse, e la sceneggiatura di Keigo Koyanagi. Le animazioni sono affidate a Cygames Pictures.
La serie purtroppo, dopo un fragoroso inizio e uno sviluppo divertente, si perde un po’ troppo nella parodia del genere BL perdendo un po’ di solidità, annacquandosi in un fanservice molto fine a sé stesso che personalmente ha contribuito a farmi perdere interesse, più che intrigarmi come ci si sarebbe aspettati. Di base, ho trovato poca consistenza nel progetto, che mi ha dato l’impressione di uno sviluppo ed una conclusione poco solida ed incisiva. Se il rapporto tra Isami, Smith e Lulu fosse stato trattato in maniera un po’ più credibile invece che essere composto da una sequela di fanservice acchiappa-like, forse avrei accettato certe trovate un po’ troppo oltraggiose nel loro buonismo, come la “doppia reincarnazione” del finale…

Il secondo titolo di cui vi parlerò la tocca ancora più piano, proponendosi il remake di un grande classico nell’immaginario occidentale (più che giapponese), Grendizer U (グレンダイザーU, in Italia prossimamente distribuito come Goldrake U).

Per il progetto, foraggiato dalla saudita Manga Production, vanta uno staff stellare di protagonisti cari agli otaku di tutto il mondo: alla regia appare Mitsuo Fukuda, legato al fenomeno Gundam SEED, alla sceneggiatura troviamo Ichiro Ohkouchi, prezzemolino delle serie mecha più influenti degli ultimi anni (sì, sto parlando the The Witch From Mercury). Il character design è stato affidato a Yoshiyuki Sadamoto, per sempre legato a Nadia e Evangelion, mentre il mecha-design è stato affidato a diavoletti meccanici come Ko Inaba e Junichi Akutsu, sottolineando la vocazione sperimentale e rinnovatrice del progetto.

L’idea immagino sia stata che i nostalgici della serie, adesso adulti e magari con prole, possano apprezzare questa nuova versione dell’anime dei loro ricordi, presentata in una veste graficamente più affascinante e con un racconto più lineare e organico non più ridotto al “caso umano della settimana”, con i personaggi introdotti e morti nel giro dei 20 minuti della serie TV, cercando di mantenere il pathos dell’originale con un occhio di riguardo al ritratto degli intensi sentimenti dei protagonisti.

Dal canto mio, l’interesse gliel’ho prestato, ed ho molto apprezzato il tentativo di raccogliere il disco rotto del 1975 e riorganizzarlo in una storia compiuta. Tuttavia questo nuovo Grendizer non colpisce in pieno il bersaglio, forzando un po’ troppo la mano su personaggi come Cassado e Teronna, forse snaturando eccessivamente il loro ruolo nell’interezza del racconto. Poco credibile anche il lato drammatico ed emotivo di certe situazioni, che pur citando la serie TV originale mancano della freschezza e spontaneità dell’epoca, risultando stucchevole e forzato in molti punti.

Certamente ho apprezzato l’idea di dare un sapore “internazionale” al racconto, con le missioni di Duke e Koji non solo focalizzate in Giappone, almeno nelle prime battute della serie, così come l’eliminazione dei siparietti dell’insopportabile famiglia Makiba e del suo vicinato—Molto interessante, nel contesto, la completa riscrittura del personaggio di Hikaru, trasformata da insipida ranchera riciclata in pilota a misteriosa “sacerdotessa del Grendizer”, personaggio suggestivo che purtroppo muore lì senza una vera contestualizzazione...
Molto apprezzata poi la presenza di Koji, Sayaka e del Mazinger Z originale, vera chicca per gli appassionati e fan service graditissimo.

In breve, le idee di partenza di queste due serie sono molto valide, e tutto sommato intrattengono quanto basta pur risultando difficilmente memorabili.
Se i nostri hanno insomma cercato di omaggiare il genere, ok, se invece il tentativo era di renderlo più accessibile alle nuove platee, direi che si è trattato di un mezzo fallimento: oltre alla preponderanza della memata e del fanservice più becero, colpisce l’incapacità degli scrittori odierni di giocarsela sulla scrittura episodica, forzando una sceneggiatura orizzontale che alla fine dei giochi risulta priva di una spina dorsale narrativa— Paradossalmente, questo tanto decantato “ritorno” è tutto da rifare.

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