La Nuova Tendenza Manageriale Real Robot
Questo articolo è stato originariamente pubblicato sulla fanzine Tomoko #2.
E’ difficile cercare di inquadrare le “nuove tendenze” in ambito di animazione giapponese per quanto riguarda il genere “real robot”, un genere che negli ultimi anni si è rivelato abbastanza stantìo, banchettando sul tema della guerra e del conflitto armato, attingendo alla tematica della guerriglia o della guerra civile con monotona disinvoltura.
Tuttavia, negli ultimi anni, abbiamo assistito a qualche tentativo di scardinare il discorso dal meramente bellico, un argomento che, alla luce dell’attuale situazione politica e sociale è sì, certamente attuale, ma anche di “cattivo gusto”, e sicuramente “estraniante” per il nuovo pubblico di spettatori— In questo articolo voglio prendere in esame due interessanti esempi che inseriscono il genere real robot nella sfera economica, industriale, e più prettamente “manageriale”, per cambiare.
Il primo, scontatissimo esempio è Gundam The Witch From Mercury (機動戦士ガンダム 水星の魔女, Kido Senshi Gundam Suisei no Majo), la fatica televisiva più recente dello studio Sunrise, che presenta alla regia il versatile Hiroshi Kobayashi, lo sceneggiatore Ichiro Ohkouchi e coinvolge nello staff di ricerca Scifi interessanti personaggi Yuya Takashima e Seiichi Shirato. La produzione è seguita da Takuya Okamoto, che dalla sua biografia online ci appare più che altro come un umile ometto da scrivania, ma vanta anche buone capacità organizzative e senz’altro un occhio smaliziato sulle tendenze dell’animazione.
Fu proprio lui a rivelare, in un’intervista diventata leggendaria, come Gundam avesse poca presa sui giovani perché considerata “una roba per vecchi”—E come dargli torto?
Partendo da questo presupposto, assistito dallo sponsor televisivo e dallo staff creativo, il nostro getta le basi di un prodotto accessibile che faccia da “entry series” alle nuove generazioni: impone una protagonista femminile, una serie breve di due cour, una massiccia campagna sul web: The Witch From Mercury è la prima serie gundamica per cui sarà aperto un account ufficiale su Tik Tok.
Nonostante le numerose imposizioni e il frenetico crunch time, che costringe la serie a vari stop non schedulati, in qualche modo i nostri riescono a confezionare un buon lavoro, che oltre ai grandi temi gundamici della maturazione del protagonista nel suo “scontro” con la realtà, offre interessanti sottotesti, non esattamente inediti nel mondo di Gundam, ma qui elaborati ed esposti in maniera forse più evidente e comprensibile.
Uno di questi, è l’idea di una società fondata su principi di natura squisitamente economica: nel Ad Stella, sono le grandi corporazioni spaziali a spartirsi i grandi profitti e a dare forma alla geopolitica della Sfera Terrestre; istituzione di questo universo, l’Istituto di Tecnologia Asticassia, che forma piloti, ingegneri e, attenzione, l’elite manageriale che andrà poi a contribuire al radificarsi del sistema.
Se la protagonista, Suletta, è l’impacciata pilota “campagnola” che ha la sua occasione di vivere finalmente la sua adolscienza come una ragazza normale, la sua nemesi, e a graditissima sorpresa co-protagonista, è la bisbetica ma brillante Miorine, una delle grandi “promesse” di quello stesso sistema che inizialmente combatte, ma poi abbraccia, proprio in nome della rilevanza sociale: abbandonato il sogno della ricerca alimentare inizialmente coltivato (in tutti i sensi), realizza che l’unico modo di “piegare”, più che utopicamente “cambiare”, il sistema è entrarci dentro e sporcarsi le mani.
Penso che uno dei punti di forza di questa serie, il momento in cui diventa “real” sia questo, nell’indugiare in una situazione esistenziale sempre più legata all’economia—E come in questo contesto, avere abilità squisitamente “manageriali”, essere in grado di cogliere la visione d’insieme prima di imporre ciecamente i propri ideali, possa fare la differenza, probabilmente ancora più differenza di saper pilotare un Gundam.
Se The Witch From Mercury è uno dei primi lavori a contestualizzare questa visione molto “pratica” del mondo, il salto di qualità lo abbiamo in una serie che sembra quasi afferrarne il testimone, Bullbuster.
Bullbuster (ブルバスター) è un progetto multimediale, nato come doujinshi, trasformatosi in romanzo e infine in anime e manga, nato dall’immaginazione del creativo Hiroyuki Nakao. L’anime è stato scritto e diretto da Hiroyasu Aoki, per le animazioni dello studio NUT.
Anche questa serie si presenta nell’agile formato stagionale di 12 episodi, offrendosi con innocuo disimpegno allo spettatore generico—Come da manuale, anche questa serie non si è fatta notare dal grande pubblico, ma ho deciso di parlarvene perché, non solo mi è piaciuta, ma rappresenta un’interessante alternativa per avvicinare gli spettatori meno impegnati al genere attraverso temi di interesse sociale e ambientale.
In questa storia assistiamo alla battaglia della Namidome, una piccola ditta che si occupa di “disinfestazione” attraverso l’uso di mecha in un’isolata area del Kyushu. Partiamo dall’entrata in servizio di un nuovo impiegato, il motivatissimo e carichissimo ingegnere Tetsuro, che dalle fantasie sui robottoni sarà scaraventato in un mondo fatto di budget, permessi e burocrazia che metteranno a dura prova la tenuta della ditta—e la carriera del nostro!
Se da una parte c’è l’appassionato Tetsuro, a fargli da contraltare c’è il rigidissimo commercialista Kataoka, e tra i due fuochi, forse il vero fulcro del racconto, il disilluso presidente Tajima, costretto a destreggiarsi tra i sogni giovanili, la dura realtà e la speranza per il futuro.
Nella parabola discendente della serie, la rivelazione sulla natura dei “parassiti” che la Namidome è incaricata di smaltire riaccende la “passione” di Tajima, che decide di fare qualcosa di realmente “folle” nel mercato industriale giapponese, ovvero investigare sulla verità, il che lo porterà a scontrarsi con la mega-multinazionale di turno.
La serie resta, nella sua totalità, un grazioso inno al glocal e alla conservazione del territorio, ma tira anche in ballo i temi della consapevolezza ambientale e della spregiudicatezza di certe holding che non si fanno scrupolo ad insabbiare il tutto per tutto pur di uscirne economicamente indenni. In questo senso il finale agrodolce resta la parte decisamente più “real” di tutto il progetto, ma ciò che resta senza dubbio più impresso è lo sviluppo del personaggio di Tajima, non casualmente doppiato da un espressivissimo Shinichiro Miki.
E’ difficile cercare di inquadrare le “nuove tendenze” in ambito di animazione giapponese per quanto riguarda il genere “real robot”, un genere che negli ultimi anni si è rivelato abbastanza stantìo, banchettando sul tema della guerra e del conflitto armato, attingendo alla tematica della guerriglia o della guerra civile con monotona disinvoltura.
Tuttavia, negli ultimi anni, abbiamo assistito a qualche tentativo di scardinare il discorso dal meramente bellico, un argomento che, alla luce dell’attuale situazione politica e sociale è sì, certamente attuale, ma anche di “cattivo gusto”, e sicuramente “estraniante” per il nuovo pubblico di spettatori— In questo articolo voglio prendere in esame due interessanti esempi che inseriscono il genere real robot nella sfera economica, industriale, e più prettamente “manageriale”, per cambiare.
Il primo, scontatissimo esempio è Gundam The Witch From Mercury (機動戦士ガンダム 水星の魔女, Kido Senshi Gundam Suisei no Majo), la fatica televisiva più recente dello studio Sunrise, che presenta alla regia il versatile Hiroshi Kobayashi, lo sceneggiatore Ichiro Ohkouchi e coinvolge nello staff di ricerca Scifi interessanti personaggi Yuya Takashima e Seiichi Shirato. La produzione è seguita da Takuya Okamoto, che dalla sua biografia online ci appare più che altro come un umile ometto da scrivania, ma vanta anche buone capacità organizzative e senz’altro un occhio smaliziato sulle tendenze dell’animazione.
Fu proprio lui a rivelare, in un’intervista diventata leggendaria, come Gundam avesse poca presa sui giovani perché considerata “una roba per vecchi”—E come dargli torto?
Partendo da questo presupposto, assistito dallo sponsor televisivo e dallo staff creativo, il nostro getta le basi di un prodotto accessibile che faccia da “entry series” alle nuove generazioni: impone una protagonista femminile, una serie breve di due cour, una massiccia campagna sul web: The Witch From Mercury è la prima serie gundamica per cui sarà aperto un account ufficiale su Tik Tok.
Nonostante le numerose imposizioni e il frenetico crunch time, che costringe la serie a vari stop non schedulati, in qualche modo i nostri riescono a confezionare un buon lavoro, che oltre ai grandi temi gundamici della maturazione del protagonista nel suo “scontro” con la realtà, offre interessanti sottotesti, non esattamente inediti nel mondo di Gundam, ma qui elaborati ed esposti in maniera forse più evidente e comprensibile.
Uno di questi, è l’idea di una società fondata su principi di natura squisitamente economica: nel Ad Stella, sono le grandi corporazioni spaziali a spartirsi i grandi profitti e a dare forma alla geopolitica della Sfera Terrestre; istituzione di questo universo, l’Istituto di Tecnologia Asticassia, che forma piloti, ingegneri e, attenzione, l’elite manageriale che andrà poi a contribuire al radificarsi del sistema.
Se la protagonista, Suletta, è l’impacciata pilota “campagnola” che ha la sua occasione di vivere finalmente la sua adolscienza come una ragazza normale, la sua nemesi, e a graditissima sorpresa co-protagonista, è la bisbetica ma brillante Miorine, una delle grandi “promesse” di quello stesso sistema che inizialmente combatte, ma poi abbraccia, proprio in nome della rilevanza sociale: abbandonato il sogno della ricerca alimentare inizialmente coltivato (in tutti i sensi), realizza che l’unico modo di “piegare”, più che utopicamente “cambiare”, il sistema è entrarci dentro e sporcarsi le mani.
Penso che uno dei punti di forza di questa serie, il momento in cui diventa “real” sia questo, nell’indugiare in una situazione esistenziale sempre più legata all’economia—E come in questo contesto, avere abilità squisitamente “manageriali”, essere in grado di cogliere la visione d’insieme prima di imporre ciecamente i propri ideali, possa fare la differenza, probabilmente ancora più differenza di saper pilotare un Gundam.
Se The Witch From Mercury è uno dei primi lavori a contestualizzare questa visione molto “pratica” del mondo, il salto di qualità lo abbiamo in una serie che sembra quasi afferrarne il testimone, Bullbuster.
Bullbuster (ブルバスター) è un progetto multimediale, nato come doujinshi, trasformatosi in romanzo e infine in anime e manga, nato dall’immaginazione del creativo Hiroyuki Nakao. L’anime è stato scritto e diretto da Hiroyasu Aoki, per le animazioni dello studio NUT.
Anche questa serie si presenta nell’agile formato stagionale di 12 episodi, offrendosi con innocuo disimpegno allo spettatore generico—Come da manuale, anche questa serie non si è fatta notare dal grande pubblico, ma ho deciso di parlarvene perché, non solo mi è piaciuta, ma rappresenta un’interessante alternativa per avvicinare gli spettatori meno impegnati al genere attraverso temi di interesse sociale e ambientale.
In questa storia assistiamo alla battaglia della Namidome, una piccola ditta che si occupa di “disinfestazione” attraverso l’uso di mecha in un’isolata area del Kyushu. Partiamo dall’entrata in servizio di un nuovo impiegato, il motivatissimo e carichissimo ingegnere Tetsuro, che dalle fantasie sui robottoni sarà scaraventato in un mondo fatto di budget, permessi e burocrazia che metteranno a dura prova la tenuta della ditta—e la carriera del nostro!
Se da una parte c’è l’appassionato Tetsuro, a fargli da contraltare c’è il rigidissimo commercialista Kataoka, e tra i due fuochi, forse il vero fulcro del racconto, il disilluso presidente Tajima, costretto a destreggiarsi tra i sogni giovanili, la dura realtà e la speranza per il futuro.
Nella parabola discendente della serie, la rivelazione sulla natura dei “parassiti” che la Namidome è incaricata di smaltire riaccende la “passione” di Tajima, che decide di fare qualcosa di realmente “folle” nel mercato industriale giapponese, ovvero investigare sulla verità, il che lo porterà a scontrarsi con la mega-multinazionale di turno.
La serie resta, nella sua totalità, un grazioso inno al glocal e alla conservazione del territorio, ma tira anche in ballo i temi della consapevolezza ambientale e della spregiudicatezza di certe holding che non si fanno scrupolo ad insabbiare il tutto per tutto pur di uscirne economicamente indenni. In questo senso il finale agrodolce resta la parte decisamente più “real” di tutto il progetto, ma ciò che resta senza dubbio più impresso è lo sviluppo del personaggio di Tajima, non casualmente doppiato da un espressivissimo Shinichiro Miki.
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