Trucchi e Consigli per farsi Andare a Genio l’Intelligenza Artificiale
Questo articolo è stato originariamente pubblicato sulla fanzine Tomoko #2.
Parlando di Intelligenza Artificiale sembra fin troppo facile scatenare reazioni avverse, ma la mia impressione riguardo queste polemiche è sempre la stessa: che la gente “non coglie il punto”, come ormai su ogni argomento che scuote le coscienze (soprattutto sul web).
L’umanità sembra infatti mossa da una strana inquietudine riguardo le proprie invenzioni: se penso a come la diffusione dell’elettricità o la sostituzione del cavallo con le auto furono accolte all’epoca, soprattutto attraverso manifesti e vignette sui giornali, non mi sorprendo di questa ostilità, tuttavia questo genere di reazioni stupiscono sempre un po’, soprattutto davanti al fatto che difficilmente, ogni tecnologia finora scoperta, utilizzata e sfruttata, ha “sostituito l’uomo”, ma semplicemente ne ha migliorato le condizioni di vita o di lavoro.
Insomma, non credo proprio che l’intelligenza artificiale prenderà mai il posto degli esseri umani, nel senso che “penserà al posto loro”, sostituendosi magari ad apparati politici, manageriali o artistici (in quest’ultimo frangente, soprattutto, l’umanità resta inarrivabile), ma semplicemente resterà uno strumento, l’algoritmo di un’app, l’ottimizzazione di un software, la funzionalità di un dispositivo.
Non nego che esistano esperimenti o strumenti che indichino la capacità di una Intelligenza artificiale di discutere con un essere umano, scrivere racconti di senso compiuto o creare illustrazioni, fumetti o animazioni, e penso che in futuro questa chincaglieria diventerà sempre più precisa e ottimizzante, al punto che sarà davvero difficile distinguere il prodotto di un software di questo tipo da quello di un essere umano. La cosa sinceramente non mi preoccupa, perché ho già vissuto cose simili e ho sempre riscontrato la “superiorità” della nostra organicità davanti la presunta perfezione di un attrezzo.
Vi dirò di più, non vedo l’ora che l’Intelligenza Artificiale eguagli le capacità umane, perché sarà esattamente quello il momento in cui saremo costretti (visto che “da soli” non vogliamo farlo) a “fare il salto” verso un livello di creatività, intuizione e socialità finalmente superiore.
Sarà quella la prova del nove che definirà l’umanità in quanto tale, e ci renderà finalmente chiaro il nostro futuro, ovvero se siamo diventati talmente stupidi da esserci imposti un’esistenza da ingranaggi o se quell’irrefrenabile istinto a superarci tipico della nostra specie potrà finalmente trovare sfogo. L’obiettivo è capacitarci dell’incredibile straordinarietà della nostra composizione di carne e spirito, non metterci a piagne perché l’acciaio dura più della ciccia, dimenticando tutti gli upgrade e manutenzione che dobbiamo dedicare ai nostri gingilli elettronici se non vogliamo che, guarda un po’, arrugginiscano, si rompano e non funzionino più.
Si fa insomma un gran vociare riguardo la “singolarità” dell’AI, la nascita di una coscienza artificiale. E cosa ci sarebbe di così sconvolgente? Tutti nasciamo sin dall’inizio con una coscienza. Che invenzione sarebbe? Che “miglioramento” sarebbe rispetto ad un qualunque essere umano..? La velocità computazionale? Embeh? Dobbiamo riprendere possesso delle nostre priorità.
Ma forse sono andata un po’ troppo oltre in questo primo preambolo, andiamo con ordine così digerite tutto.
Tracciando la storia della nascita dell’intelligenza artificiale come la conosciamo oggi, bisogna partire da quella fornace di metafisica nota come “matematica”. Inizialmente infatti, le dissertazioni sull’argomento nascevano come tentativi di meccanizzare operazioni matematiche sempre più complesse nel tentativo di semplificare la procedura di calcolo automatico, fondandosi sostanzialmente su due pilastri: uno che potremmo chiamare “il mantenimento della logica”, e la velocità d’esecuzione.
Mentre la velocità d’esecuzione è l’obiettivo più facile e ovvio da raggiungere, quella del mantenimento della logica è il più rognoso, perché deve rispondere a processi precisi basati sull’elaborazione cerebrale— Da qui si è passati allo studio delle reti neurali e il progressivo tentativo di adattarle alla computazione elettronica, ed ecco l’avvento dell’informatica e di internet.
Sembra che la chiave di tutto sia quindi, non solo nell’elaborazione di informazioni, ma soprattutto nel “comunicarle”. Da che mondo è mondo, il progresso dell’umanità si è sempre basato sulla comunicazione e l’interazione— Di base, l’essere umano è una creatura sociale che evolve grazie alla comunicazione con gli altri.
In questo senso, i social network possono rappresentare uno strumento veramente funzionale alla nostra evoluzione— Ma non andiamo fuori tema.
Siamo passati quindi dal dare colpetti col dito alla macchina di Turing a fantasticare di farci governare da un computer quantistico, come ipotizzato in moltissimi anime, più o meno fatalistici nelle conclusioni.
Il risultato che abbiamo davanti è uno strumento, che ci fa trovare su Google le cose che ci interessano in base ai nostri gusti, che ci propone sconti e offerte grazie alla profilazione dei biscottini, che ci fa vedere pubblicità legate alle necessità della nostra età, condizione fisica e stile di vita.
Guardando le applicazioni pratiche dell’Intelligenza artificiale nella nostra vita quotidiana, insomma, difficilmente ti verrebbe da supporre che l’algoritmo di Facebook possa farti il lavaggio del cervello— Da cosa è scaturita quindi l’ “avversione” verso questo ennesimo, nuovo risultato del progresso, aldilà della nostra solita, tipica diffidenza da mammiferi predatori?
I primissimi esempi in questo senso vanno ovviamente ritracciati nella narrativa fantastica, nella cinematografia di genere: da Frankenstein a Metropolis passando per Io, Robot, c’è sempre stata questa inquietudine riguardo “il prodotto umano” che si ribella al suo creatore alla ricerca della sua “identità”… Ma a questo punto della mia vita sono abbastanza convinta che questo genere di lavori utilizzino il pretesto dell’immaginario e del fantastico per raccontare senza filtri le ovvietà della nostra vita… In breve, pensiamo che i robot (o nel nostro caso, l’intelligenza artificiale) si ribellino, o si coalizzino contro di “noi” semplicemente perché “gli esseri umani farebbero così”: identifichiamo l’”essere senziente” con l’”essere problematico”, e se un robot insomma diventasse, o si riscoprisse “senziente”, la prima cosa che farebbe sarebbe cercare di distruggere la società umana, per distinguersene e crearne una propria—che, con somma ilarità del lettore, al 100% finirà per copiare, difetti inclusi.
Capite che in questa narrativa c’è un difetto di fondo, ovvero i pregiudizi del narratore… E se vogliamo anche i suoi limiti, il suo non saper veramente immaginare un futuro migliore, perché ancorato al “peggio dell’umanità”, che per inciso identifica come “la vera” umanità.
E’ un po’ la vera maledizione rappresentata dalla Cacciata dall’Eden biblico— Il monito a non fidarci dei nostri simili.
Ma gli strumenti che creiamo, gli aggeggi che inventiamo, i giochetti che programmiamo—non sono nostri simili.
Trovo anche un po’ triste che nella sua grandezza, che nella sua capacità di comunicare, rapportarsi e creare legami, l’umanità trovi più “serenità” nell’isolarsi e allontanarsi dal mondo, e preferisca parlare con una pianta o col gatto, piuttosto che con Alexa o Siri, per sfogare questa necessità di interazione… Sì, dal punto di vista evolutivo è proprio così, credere che il nostro cane sia nostro figlio o che Miku sia nostra moglie è triste. Triste nel momento in cui diventa nocivo per il corretto funzionamento delle nostre facoltà mentali.
The Gene of AI (AIの遺電子, Ai no Idenshi) è un anime trasmesso nell’autunno del 2023, basato sul manga di Kyuri Yamada, e passato per lo più inosservato.
I presupposti sono sfiziosi: nel futuro l’umanità ha creato gli umanoidi, Intelligenze artificiali dotate di un corpo organico, con diritti e doveri praticamente omologhi a quelli degli “umani”. In un mondo con confini esistenziali sempre più labili, un’interessante imprevisto complica le vite degli umanoidi durante questa convivenza pacifica-- iniziano ad ammalarsi “nello spirito”.
Il racconto si incentra quindi sull’ambiguo Hikaru Sudo, uno dei pochi dottori in grado di “curare” i disturbi degli umanoidi. A prescindere dalle paturnie di Sudo, quello che trovo interessante di questa serie è il modo in cui descrive la convivenza tra esseri umani ed Intelligenze Artificiali (qui dotate di un corpo fisico) e le reciproche interazioni.
Nello specifico, l’episodio che non riesco a togliermi dalla testa è il sesto, “Robot”, in cui Learner-kun, un robot dotato di AI viene affiancato ad un anziano artigiano giapponese, Kiriyama, per imparare il suo “lavoro” e in qualche modo preservarne le abilità. Ovviamente all’inizio Kiriyama si oppone, poi decide di mettere alla prova il “pupazzo”, convinto che non raggiungerà mai il suo livello di perfezione. Dopo una serie di tentativi, finalmente Learner-kun riesce a creare un coltello esattamente identico a quello di Kiriyama, avendo condensato i suoi decenni di maestranza in pochi giorni.
A questo punto si apre a un bivio: inquietarsi per la velocità di apprendimento delle AI, e temere che un giorno possano “rubarci il lavoro”, anche quelli più artistici legati a tradizioni artigianali, maledicendo la nostra mortalità—O fare come Kiriyama che, nonostante l’età, reagisce alla “vittoria” di Learner-kun come dovrebbe fare un vecchio saggio, ovvero cercando di migliorare a sua volta, cercando di battere a sua volta la macchina, in una sorta di amichevole competizione.
Penso che il trucco per accettare l’ingresso in campo creativo delle AI sia esattamente questo: vederlo come uno strumento che, oltre a “fare cose” posiziona sempre più in alto l’asticella, permettendo al creativo di abbandonare certe pigre forme mentali subentrate con l’abitudine, e continuare ad evolversi.
Bazzicando il web producendo testi e illustrazioni, in questo senso non mi sento minimamente frustrata dal fatto che un AI possa ricopiare il mio “stile”. Avere uno stile riconoscibile, se ci pensate, è un “limite” per un artista.
Spesso incappo in artisti popolari su Pixiv o altre piattaforme e noto come ci sia una certa omologazione grafica, che predilige un modo di fare gli occhi rispetto ad un altro, un modo di stendere il chiaroscuro rispetto ad un altro, l’utilizzo di certi colori rispetto ad altri: mi è molto difficile riconoscere un preciso artista emergente, rispetto ad altri dieci, se tutti hanno come punto di riferimento i popolari design dei videogiochi online cinesi, per dire… Come vedete, se lasciati a noi stessi, anche noi ci comportiamo come le AI: copiamo la cosa più popolare, la incorporiamo in quello che chiamiamo sfrontatamente “nostro stile”, e stiamo a guardare l’aumento di follower e like, tranquilli, perché stiamo effettivamente seguendo un trend.
--Con quale faccia andiamo a lamentarci di un programma che usa i nostri disegni come riferimento quando anche noi facciamo lo stesso con i lavori degli altri? Ecco la prima sfida che ci mette davanti l’AI: essere riconoscibili e ripetitivi, o essere “veramente” creativi..?
Penso che la nostra natura organica, la nostra mortalità, possano essere armi: siamo costretti, per forza di cose, a migliorarci e distinguerci, per fare in modo che la gente ci ricordi. Uno potrebbe controbattere, “Ma perché dovrei rinunciare allo stile che ho raggiunto dopo anni di lavoro, soprattutto se mi piace?”, e io non credo sia necessario rinunciare a un preciso stile per rendersi riconoscibili. Giocare con le pose, il tratto del colore, inventarsi un nuovo modo di sfumare i capelli—La nostra mente è molto più elastica del processo elaborativo delle AI, è stata proprio creata per tirarci fuori dai guai nei momenti peggiori, e pensare che un calcolo elettronico possa batterla in inventiva e creatività è un vero e proprio insulto—Io non mi sento inferiore a un algoritmo, e anche se l’algoritmo è per forza di cose più efficiente di me, perché non utilizzarlo per migliorarmi o semplificarmi la vita, invece di pretendere che venga zittito?
Finchè saranno le persone a controllare “le cose” non saremo mai in pericolo… E a questo punto entra in scena un altro fattore, che definirei critico—I soldi.
In AI 2041, Scenari dal Futuro dell’Intelligenza Artificiale (AI 2041, Ten Visions for Our Future), Kai-Fu Lee, analista che tra le altre cose è co-presidente del Consiglio per l’Intelligenza Artificiale del World Economic Forum, nel suo commento al primo racconto del volume, “L’Elefante D’Oro” punta il dito contro le grandi aziende, che ben bazzica, e la loro vocazione a ottimizzare i guadagni rispetto alla soddisfazione dell’utente: allo stato attuale, i social sono studiati in modo da “farti perdere più tempo possibile” per studiare le tue preferenze e profilarti in maniera più efficace. Funziona, perché ogni volta che Facebook mi fa apparire in bacheca qualche mostra interessante o una sagra dove se magna, io ci clicco su senza esitare: Facebook registra le cose che mi piacciono e me le fa vedere sempre più spesso, con variazioni, per saggiare i miei interessi in maniera più precisa. La prossima volta che farò una ricerca su Google o visiterò un sito, i banner pubblicitari di cui sono guarniti mi offriranno, presumibilmente, cose che mi interessano, facendomi entrare in un circolo vizioso spendereccio.
Nel racconto in questione, si ipotizza un futuro in cui anche i giganti assicurativi e bancari si pasceranno nei big data, in modo molto più invasivo e capillare di adesso, e oggettivamente saranno utili: nel tentativo di allungarti la vita, mantenerti in salute e continuare a farti pagare la polizza, l’app Ganesha aiuta il papà di Nayana a smettere di fumare e ricorda ai suoi nonni quando prendere le medicine— Ma stranamente impedisce alla ragazza di seguire sui social la sua cottarella, il nuovo arrivato Sahej. Dopo essersi fatta mille domande, Nayana scopre che Sahej proviene da una famiglia di “intoccabili”—Nonostante le discriminazioni sulle caste indiane si siano offuscate negli anni, per certe questioni si fanno ancora sentire: Sahej abita in un quartiere periferico, i suoi genitori fanno lavori meno retribuiti— Per Ganesha questo amore è controproducente dal punto di vista economico, quindi trova vari modi per ostacolarlo, che vanno dall’oscurare i post sui social del ragazzo a mandare interferenze durante le sue chiamate. Naturalmente alla fine è Nayana a fare la sua scelta, e farà la scelta più ovvia per un essere umano, quella di seguire i suoi sentimenti, nonostante le notifiche di allerta di Ganesha.
Diventa fondamentale quindi che l’essere umano del futuro mantenga il suo buon senso e non perda di vista le sue priorità—Nell’epoca degli “hustler”, persone costrette a fare più di un lavoro per tirare avanti, o che cercano di monetizzare sui propri hobby per garantirsi un’entrata extra, diventa evidente quanto questa necessità sia lontana— Perché associamo la felicità non al nostro stato d’animo “soddisfatto”, ma alla sicurezza di un patrimonio economico, alla stabilità finanziaria, o in maniera molto più stupida, alla possibilità di comprarci un dato gadget che definisca il nostro “status”.
Questo spostamento di priorità è ovviamente il risultato di una scellerata politica finanziaria che mette davanti alle necessità dell’individuo il profitto. Mi sorprende che questo sistema sia però accettato a braccia aperte dalla maggioranza delle persone, mentre quando si parla di AI, non si esita a ipotizzare scenari uno più catastrofici degli altri. In realtà il vero problema è la nostra indolenza e gettarci in pasto agli oggetti, rendendoci sempre più “incapaci”: non solo non siamo più in grado di svolgere attività elementari, come scrivere a mano in bella calligrafia o fare di conto a mente, ma stiamo affossando le nostre facoltà superiori, la critica, il raziocinio, l’immaginazione e la creatività a favore di un consolatorio intrattenimento.
Ed ecco quindi il secondo ed ultimo trucco per sopravvivere all’Intelligenza Artificiale: diventare pedine attive della profilazione, e iniziare seriamente a scegliere ciò che serve, e non lasciare che sia un algoritmo a dettare il nostro stile di vita—Ora è il nostro turno di giocare: sapremo reagire come Kiriyama e Nayana, senza perdere la nostra identità..? O ci limiteremo a far marcire la nostra anima nella ruggine dell’ultimo gingillo più in voga…?
Parlando di Intelligenza Artificiale sembra fin troppo facile scatenare reazioni avverse, ma la mia impressione riguardo queste polemiche è sempre la stessa: che la gente “non coglie il punto”, come ormai su ogni argomento che scuote le coscienze (soprattutto sul web).
L’umanità sembra infatti mossa da una strana inquietudine riguardo le proprie invenzioni: se penso a come la diffusione dell’elettricità o la sostituzione del cavallo con le auto furono accolte all’epoca, soprattutto attraverso manifesti e vignette sui giornali, non mi sorprendo di questa ostilità, tuttavia questo genere di reazioni stupiscono sempre un po’, soprattutto davanti al fatto che difficilmente, ogni tecnologia finora scoperta, utilizzata e sfruttata, ha “sostituito l’uomo”, ma semplicemente ne ha migliorato le condizioni di vita o di lavoro.
Insomma, non credo proprio che l’intelligenza artificiale prenderà mai il posto degli esseri umani, nel senso che “penserà al posto loro”, sostituendosi magari ad apparati politici, manageriali o artistici (in quest’ultimo frangente, soprattutto, l’umanità resta inarrivabile), ma semplicemente resterà uno strumento, l’algoritmo di un’app, l’ottimizzazione di un software, la funzionalità di un dispositivo.
Non nego che esistano esperimenti o strumenti che indichino la capacità di una Intelligenza artificiale di discutere con un essere umano, scrivere racconti di senso compiuto o creare illustrazioni, fumetti o animazioni, e penso che in futuro questa chincaglieria diventerà sempre più precisa e ottimizzante, al punto che sarà davvero difficile distinguere il prodotto di un software di questo tipo da quello di un essere umano. La cosa sinceramente non mi preoccupa, perché ho già vissuto cose simili e ho sempre riscontrato la “superiorità” della nostra organicità davanti la presunta perfezione di un attrezzo.
Vi dirò di più, non vedo l’ora che l’Intelligenza Artificiale eguagli le capacità umane, perché sarà esattamente quello il momento in cui saremo costretti (visto che “da soli” non vogliamo farlo) a “fare il salto” verso un livello di creatività, intuizione e socialità finalmente superiore.
Sarà quella la prova del nove che definirà l’umanità in quanto tale, e ci renderà finalmente chiaro il nostro futuro, ovvero se siamo diventati talmente stupidi da esserci imposti un’esistenza da ingranaggi o se quell’irrefrenabile istinto a superarci tipico della nostra specie potrà finalmente trovare sfogo. L’obiettivo è capacitarci dell’incredibile straordinarietà della nostra composizione di carne e spirito, non metterci a piagne perché l’acciaio dura più della ciccia, dimenticando tutti gli upgrade e manutenzione che dobbiamo dedicare ai nostri gingilli elettronici se non vogliamo che, guarda un po’, arrugginiscano, si rompano e non funzionino più.
Si fa insomma un gran vociare riguardo la “singolarità” dell’AI, la nascita di una coscienza artificiale. E cosa ci sarebbe di così sconvolgente? Tutti nasciamo sin dall’inizio con una coscienza. Che invenzione sarebbe? Che “miglioramento” sarebbe rispetto ad un qualunque essere umano..? La velocità computazionale? Embeh? Dobbiamo riprendere possesso delle nostre priorità.
Ma forse sono andata un po’ troppo oltre in questo primo preambolo, andiamo con ordine così digerite tutto.
Tracciando la storia della nascita dell’intelligenza artificiale come la conosciamo oggi, bisogna partire da quella fornace di metafisica nota come “matematica”. Inizialmente infatti, le dissertazioni sull’argomento nascevano come tentativi di meccanizzare operazioni matematiche sempre più complesse nel tentativo di semplificare la procedura di calcolo automatico, fondandosi sostanzialmente su due pilastri: uno che potremmo chiamare “il mantenimento della logica”, e la velocità d’esecuzione.
Mentre la velocità d’esecuzione è l’obiettivo più facile e ovvio da raggiungere, quella del mantenimento della logica è il più rognoso, perché deve rispondere a processi precisi basati sull’elaborazione cerebrale— Da qui si è passati allo studio delle reti neurali e il progressivo tentativo di adattarle alla computazione elettronica, ed ecco l’avvento dell’informatica e di internet.
Sembra che la chiave di tutto sia quindi, non solo nell’elaborazione di informazioni, ma soprattutto nel “comunicarle”. Da che mondo è mondo, il progresso dell’umanità si è sempre basato sulla comunicazione e l’interazione— Di base, l’essere umano è una creatura sociale che evolve grazie alla comunicazione con gli altri.
In questo senso, i social network possono rappresentare uno strumento veramente funzionale alla nostra evoluzione— Ma non andiamo fuori tema.
Siamo passati quindi dal dare colpetti col dito alla macchina di Turing a fantasticare di farci governare da un computer quantistico, come ipotizzato in moltissimi anime, più o meno fatalistici nelle conclusioni.
Il risultato che abbiamo davanti è uno strumento, che ci fa trovare su Google le cose che ci interessano in base ai nostri gusti, che ci propone sconti e offerte grazie alla profilazione dei biscottini, che ci fa vedere pubblicità legate alle necessità della nostra età, condizione fisica e stile di vita.
Guardando le applicazioni pratiche dell’Intelligenza artificiale nella nostra vita quotidiana, insomma, difficilmente ti verrebbe da supporre che l’algoritmo di Facebook possa farti il lavaggio del cervello— Da cosa è scaturita quindi l’ “avversione” verso questo ennesimo, nuovo risultato del progresso, aldilà della nostra solita, tipica diffidenza da mammiferi predatori?
I primissimi esempi in questo senso vanno ovviamente ritracciati nella narrativa fantastica, nella cinematografia di genere: da Frankenstein a Metropolis passando per Io, Robot, c’è sempre stata questa inquietudine riguardo “il prodotto umano” che si ribella al suo creatore alla ricerca della sua “identità”… Ma a questo punto della mia vita sono abbastanza convinta che questo genere di lavori utilizzino il pretesto dell’immaginario e del fantastico per raccontare senza filtri le ovvietà della nostra vita… In breve, pensiamo che i robot (o nel nostro caso, l’intelligenza artificiale) si ribellino, o si coalizzino contro di “noi” semplicemente perché “gli esseri umani farebbero così”: identifichiamo l’”essere senziente” con l’”essere problematico”, e se un robot insomma diventasse, o si riscoprisse “senziente”, la prima cosa che farebbe sarebbe cercare di distruggere la società umana, per distinguersene e crearne una propria—che, con somma ilarità del lettore, al 100% finirà per copiare, difetti inclusi.
Capite che in questa narrativa c’è un difetto di fondo, ovvero i pregiudizi del narratore… E se vogliamo anche i suoi limiti, il suo non saper veramente immaginare un futuro migliore, perché ancorato al “peggio dell’umanità”, che per inciso identifica come “la vera” umanità.
E’ un po’ la vera maledizione rappresentata dalla Cacciata dall’Eden biblico— Il monito a non fidarci dei nostri simili.
Ma gli strumenti che creiamo, gli aggeggi che inventiamo, i giochetti che programmiamo—non sono nostri simili.
Trovo anche un po’ triste che nella sua grandezza, che nella sua capacità di comunicare, rapportarsi e creare legami, l’umanità trovi più “serenità” nell’isolarsi e allontanarsi dal mondo, e preferisca parlare con una pianta o col gatto, piuttosto che con Alexa o Siri, per sfogare questa necessità di interazione… Sì, dal punto di vista evolutivo è proprio così, credere che il nostro cane sia nostro figlio o che Miku sia nostra moglie è triste. Triste nel momento in cui diventa nocivo per il corretto funzionamento delle nostre facoltà mentali.
The Gene of AI (AIの遺電子, Ai no Idenshi) è un anime trasmesso nell’autunno del 2023, basato sul manga di Kyuri Yamada, e passato per lo più inosservato.
I presupposti sono sfiziosi: nel futuro l’umanità ha creato gli umanoidi, Intelligenze artificiali dotate di un corpo organico, con diritti e doveri praticamente omologhi a quelli degli “umani”. In un mondo con confini esistenziali sempre più labili, un’interessante imprevisto complica le vite degli umanoidi durante questa convivenza pacifica-- iniziano ad ammalarsi “nello spirito”.
Il racconto si incentra quindi sull’ambiguo Hikaru Sudo, uno dei pochi dottori in grado di “curare” i disturbi degli umanoidi. A prescindere dalle paturnie di Sudo, quello che trovo interessante di questa serie è il modo in cui descrive la convivenza tra esseri umani ed Intelligenze Artificiali (qui dotate di un corpo fisico) e le reciproche interazioni.
Nello specifico, l’episodio che non riesco a togliermi dalla testa è il sesto, “Robot”, in cui Learner-kun, un robot dotato di AI viene affiancato ad un anziano artigiano giapponese, Kiriyama, per imparare il suo “lavoro” e in qualche modo preservarne le abilità. Ovviamente all’inizio Kiriyama si oppone, poi decide di mettere alla prova il “pupazzo”, convinto che non raggiungerà mai il suo livello di perfezione. Dopo una serie di tentativi, finalmente Learner-kun riesce a creare un coltello esattamente identico a quello di Kiriyama, avendo condensato i suoi decenni di maestranza in pochi giorni.
A questo punto si apre a un bivio: inquietarsi per la velocità di apprendimento delle AI, e temere che un giorno possano “rubarci il lavoro”, anche quelli più artistici legati a tradizioni artigianali, maledicendo la nostra mortalità—O fare come Kiriyama che, nonostante l’età, reagisce alla “vittoria” di Learner-kun come dovrebbe fare un vecchio saggio, ovvero cercando di migliorare a sua volta, cercando di battere a sua volta la macchina, in una sorta di amichevole competizione.
Penso che il trucco per accettare l’ingresso in campo creativo delle AI sia esattamente questo: vederlo come uno strumento che, oltre a “fare cose” posiziona sempre più in alto l’asticella, permettendo al creativo di abbandonare certe pigre forme mentali subentrate con l’abitudine, e continuare ad evolversi.
Bazzicando il web producendo testi e illustrazioni, in questo senso non mi sento minimamente frustrata dal fatto che un AI possa ricopiare il mio “stile”. Avere uno stile riconoscibile, se ci pensate, è un “limite” per un artista.
Spesso incappo in artisti popolari su Pixiv o altre piattaforme e noto come ci sia una certa omologazione grafica, che predilige un modo di fare gli occhi rispetto ad un altro, un modo di stendere il chiaroscuro rispetto ad un altro, l’utilizzo di certi colori rispetto ad altri: mi è molto difficile riconoscere un preciso artista emergente, rispetto ad altri dieci, se tutti hanno come punto di riferimento i popolari design dei videogiochi online cinesi, per dire… Come vedete, se lasciati a noi stessi, anche noi ci comportiamo come le AI: copiamo la cosa più popolare, la incorporiamo in quello che chiamiamo sfrontatamente “nostro stile”, e stiamo a guardare l’aumento di follower e like, tranquilli, perché stiamo effettivamente seguendo un trend.
--Con quale faccia andiamo a lamentarci di un programma che usa i nostri disegni come riferimento quando anche noi facciamo lo stesso con i lavori degli altri? Ecco la prima sfida che ci mette davanti l’AI: essere riconoscibili e ripetitivi, o essere “veramente” creativi..?
Penso che la nostra natura organica, la nostra mortalità, possano essere armi: siamo costretti, per forza di cose, a migliorarci e distinguerci, per fare in modo che la gente ci ricordi. Uno potrebbe controbattere, “Ma perché dovrei rinunciare allo stile che ho raggiunto dopo anni di lavoro, soprattutto se mi piace?”, e io non credo sia necessario rinunciare a un preciso stile per rendersi riconoscibili. Giocare con le pose, il tratto del colore, inventarsi un nuovo modo di sfumare i capelli—La nostra mente è molto più elastica del processo elaborativo delle AI, è stata proprio creata per tirarci fuori dai guai nei momenti peggiori, e pensare che un calcolo elettronico possa batterla in inventiva e creatività è un vero e proprio insulto—Io non mi sento inferiore a un algoritmo, e anche se l’algoritmo è per forza di cose più efficiente di me, perché non utilizzarlo per migliorarmi o semplificarmi la vita, invece di pretendere che venga zittito?
Finchè saranno le persone a controllare “le cose” non saremo mai in pericolo… E a questo punto entra in scena un altro fattore, che definirei critico—I soldi.
In AI 2041, Scenari dal Futuro dell’Intelligenza Artificiale (AI 2041, Ten Visions for Our Future), Kai-Fu Lee, analista che tra le altre cose è co-presidente del Consiglio per l’Intelligenza Artificiale del World Economic Forum, nel suo commento al primo racconto del volume, “L’Elefante D’Oro” punta il dito contro le grandi aziende, che ben bazzica, e la loro vocazione a ottimizzare i guadagni rispetto alla soddisfazione dell’utente: allo stato attuale, i social sono studiati in modo da “farti perdere più tempo possibile” per studiare le tue preferenze e profilarti in maniera più efficace. Funziona, perché ogni volta che Facebook mi fa apparire in bacheca qualche mostra interessante o una sagra dove se magna, io ci clicco su senza esitare: Facebook registra le cose che mi piacciono e me le fa vedere sempre più spesso, con variazioni, per saggiare i miei interessi in maniera più precisa. La prossima volta che farò una ricerca su Google o visiterò un sito, i banner pubblicitari di cui sono guarniti mi offriranno, presumibilmente, cose che mi interessano, facendomi entrare in un circolo vizioso spendereccio.
Nel racconto in questione, si ipotizza un futuro in cui anche i giganti assicurativi e bancari si pasceranno nei big data, in modo molto più invasivo e capillare di adesso, e oggettivamente saranno utili: nel tentativo di allungarti la vita, mantenerti in salute e continuare a farti pagare la polizza, l’app Ganesha aiuta il papà di Nayana a smettere di fumare e ricorda ai suoi nonni quando prendere le medicine— Ma stranamente impedisce alla ragazza di seguire sui social la sua cottarella, il nuovo arrivato Sahej. Dopo essersi fatta mille domande, Nayana scopre che Sahej proviene da una famiglia di “intoccabili”—Nonostante le discriminazioni sulle caste indiane si siano offuscate negli anni, per certe questioni si fanno ancora sentire: Sahej abita in un quartiere periferico, i suoi genitori fanno lavori meno retribuiti— Per Ganesha questo amore è controproducente dal punto di vista economico, quindi trova vari modi per ostacolarlo, che vanno dall’oscurare i post sui social del ragazzo a mandare interferenze durante le sue chiamate. Naturalmente alla fine è Nayana a fare la sua scelta, e farà la scelta più ovvia per un essere umano, quella di seguire i suoi sentimenti, nonostante le notifiche di allerta di Ganesha.
Diventa fondamentale quindi che l’essere umano del futuro mantenga il suo buon senso e non perda di vista le sue priorità—Nell’epoca degli “hustler”, persone costrette a fare più di un lavoro per tirare avanti, o che cercano di monetizzare sui propri hobby per garantirsi un’entrata extra, diventa evidente quanto questa necessità sia lontana— Perché associamo la felicità non al nostro stato d’animo “soddisfatto”, ma alla sicurezza di un patrimonio economico, alla stabilità finanziaria, o in maniera molto più stupida, alla possibilità di comprarci un dato gadget che definisca il nostro “status”.
Questo spostamento di priorità è ovviamente il risultato di una scellerata politica finanziaria che mette davanti alle necessità dell’individuo il profitto. Mi sorprende che questo sistema sia però accettato a braccia aperte dalla maggioranza delle persone, mentre quando si parla di AI, non si esita a ipotizzare scenari uno più catastrofici degli altri. In realtà il vero problema è la nostra indolenza e gettarci in pasto agli oggetti, rendendoci sempre più “incapaci”: non solo non siamo più in grado di svolgere attività elementari, come scrivere a mano in bella calligrafia o fare di conto a mente, ma stiamo affossando le nostre facoltà superiori, la critica, il raziocinio, l’immaginazione e la creatività a favore di un consolatorio intrattenimento.
Ed ecco quindi il secondo ed ultimo trucco per sopravvivere all’Intelligenza Artificiale: diventare pedine attive della profilazione, e iniziare seriamente a scegliere ciò che serve, e non lasciare che sia un algoritmo a dettare il nostro stile di vita—Ora è il nostro turno di giocare: sapremo reagire come Kiriyama e Nayana, senza perdere la nostra identità..? O ci limiteremo a far marcire la nostra anima nella ruggine dell’ultimo gingillo più in voga…?
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