Una Passeggiata al Setagaya Literary Museum sulle orme di Shirow Masamune
Questo articolo è stato originariamente pubblicato sulla fanzine Tomoko #3.
Durante il mio recente viaggio a Tokyo ho avuto la possibilità di visitare qualche mostra e luogo interessante, ed avvicinarmi a realtà ed esperienze che credo abbiano influito positivamente sulla mia ispirazione e percezione.
La prima di queste esperienze è senza dubbio la decantatissima mostra dedicata al lavoro di Shirow Masamune, illustratore e soprattutto mangaka di fama interstellare, un punto di riferimento per chi è appassionato di fantascienza giapponese o anche solo di belle arti—Sfido chiunque stia leggendo queste pagine a non aver tenuto uno dei suoi manga tra le mani fantasticando di futuri distopici ma ancora pregni di passione e speranza, o a non aver provato a scopiazzarne i disegni con fare accademico…
Pur avendo perso volontariamente di vista questo artista nei suoi ultimi lavori, non ho potuto fare a meno di tornare con la memoria a quei giorni di curiosità e fantasia, e sfidando lo schizofrenico meteo giapponese, mi sono armata di felpetta e ottimismo in quel di Setagaya, uno dei quartieri meno trafficati dalla popolazione otaku internazionale ma tra i più frizzantini di Tokyo, in grado di affascinare ogni genere di visitatore.
Il Setagaya Literary Museum si è rivelato un’interessantissima sorpresa, offrendomi la possibilità di entrare in contatto con materiali straordinari di cui spero di potervi parlare in seguito… Detto questo, entriamo nella prima sala, che ci introduce il lavoro di Shirow, puntellata di schizzi, riproduzioni e tavole originali.
Si inizia con un bel pannello cronologico che ci introduce alla sua carriera artistica, che inizia nel 1983 con il manga Black Magic.

Black Magic (ブラックマジック) è un manga di genere cyber-punk originariamente pubblicato amatorialmente dal nostro sotto forma di fanzine (doujinshi) con il circolo Atlas, fondato negli anni ’70 tra i corridoi del liceo Amagasaki della prefettura di Hyogo.
Il lavoro, composto da vari racconti brevi, è ambientato sul pianeta Venere in un ipotetico futuro, ed i suoi protagonisti sono “bioroidi”, fusioni tra uomo e macchina originati dal super-computer Nemesis, le cui dispute fanno da pretesto per lo sviluppo della storia, che ha come protagonista la potente “strega” Duna Typhone.
I manoscritti saranno ufficialmente pubblicati dalla casa editrice Seishinsha nel 1985, dando vita alla carriera di mangaka del nostro e gettando i semi di ciò che costituirà in futuro i suoi temi prediletti.
Nel 1987 ne verrà tratto un OAV dal titolo Black Magic M-66, forse più famigliare al pubblico italiano, i cui contenuti e protagonisti hanno poco a che spartire con il racconto originale da cui è ispirato, di cui mantiene solo l’idea di un androide da combattimento in fuga coinvolto in una battaglia urbana.
Sempre questa prima area “introduttiva” della mostra, dei pannelli con le varie fasi di colorazione di un’illustrazione.

Una delle sezioni più interessanti, a mio avviso, è quella che immagina la libreria del nostro, in cui spiccano riviste inaspettate ma, col senno di poi, abbastanza ovvie.
La prima tra queste è senza dubbio Science (サイエンス), l’edizione giapponese della rivista statunitense Scientific American, di cui il giovane Shirow Masamune sembrava essere un avido lettore.
Il nostro racconta che si è trattato della prima rivista mai comprata con la propria paghetta e di essere rimasto affascinato dal disegno della copertina ed un articolo dedicato ai batteri delle carie—Ricorda divertito di aver esitato a comprarlo, tirandolo giù dallo scaffale uno o due volte prima di acquistarlo, temendo di essere scambiato per uno “studente taccheggiatore”.
Si tratta di una delle riviste che ha comprato più a lungo durante gli anni e a cui è particolarmente affezionato nei suoi ricordi.
Continuando a sbirciare tra gli scaffali notiamo tantissime riviste scientifiche ma è impossibile non far cadere l’occhio sulla nutrita collezione di numeri di Heavy Metal!
Ancora Stati Uniti, quindi, nel passato di un artista che sembra aver subito veramente poco l’influenza dei manga in gioventù.
Osservando le conturbanti copertine dei fascicoli viene naturale dedurre da dove proviene un certo immaginario del nostro, che fonde avventurose ambientazioni futuristiche ad affascinanti quanto energiche protagoniste dagli abiti succinti.
Oltre a queste riviste, che il nostro confessa essere “ricoperte di post-it”, Shirow Masamune racconta che la sua libreria è piena di altre pubblicazioni specializzate, che vanno dalle raccolte illustrate di navi da guerra del mondo al collezionismo di coltelli militari—
La sessione successiva è dedicata ad Appleseed (アップルシード), ed è davvero emozionante trovarsi davanti agli storyboard (o name, per usare il termine giapponese più appropriato) originali del manga, forse anche più delle tavole, perché è da qui che si percepisce il germe creativo dell’artista.
Appleseed inizia la sua pubblicazione nel 1985, direttamente in volume, una rarità per l’epoca.

La storia segue le avventure dei protagonisti Deunan e Briareos, due ex-membri della polizia di Los Angeles che si ritrovano a proteggere la loro nuova patria, la città di Olympus, scoprendone a poco a poco i disturbanti segreti.
In questo lavoro Shirow Masamune riprende a piene mani dal precedente Black Magic, ritornando sulla riflessione tra le differenze umano/macchina e umano “naturale”/”artificiale”, ripescando anche le suggestioni “mitologiche” per i nomi di personaggi, organizzazioni e luoghi all’interno del lavoro.
Dopo la pubblicazione dei primi quattro volumi, Appleseed viene trasferita su rivista per una serializzazione mensile sulle pagine della rivista Comic Gaia. Il manga verrà purtroppo interrotto subito dopo per volere dell’autore, che nel 1989 ne dichiarerà lo stop.
Proseguiamo la nostra passeggiata, ed eccoci arrivare a Dominion (ドミニオン), altro titolo arrivato in Italia grazie all’indimenticata Granata Press nell’ormai lontano 1992, ma che inizia la sua pubblicazione originale in Giappone sulla rivista ComiComi nel 1985.

Questo manga esplora l’argomento dell’inquinamento terrestre e dell’inefficienza di un servizio di sicurezza che ignora le necessità della popolazione per asservirsi al potere, e lo fa con cipiglio ironico e divertente che rende la lettura particolarmente spassosa, nonostante le pesanti critiche mosse dal nostro all’amministrazione di New Port, metafora circoscritta della nostra società e della plausibile fine che potrebbe fare.
Uno dei punti di interesse di questo manga è l’interpretazione “cicciosa” dei mecha, tra cui spicca l’ìrresistibile tankerino Napoleone della protagonista Leona, che ricorda moltissimo le spesso dimenticate, splendide illustrazioni mecha di Akira Toriyama.
Sbirciando le tavole da vicino, poi, impossibile non soffermarsi sui dettagli “del mestiere”, come le indicazioni su quali retini utilizzare per ottenere certe gradazioni di grigio. E’ da ricordare infatti che le tavole originali dei manga sono di norma più grandi del loro corrispettivo stampato, ed utilizzare il retino giusto diventa fondamentale, se si vuole garantire una resa gradevole del chiaroscuro.

Un altro fattore che spesso passa in secondo piano, ma io considero fondamentale dell’opera di Shirow Masamune, almeno nei suoi primi lavori, è l’irrefrenabile umorismo che percorre le tavole—Parlare di argomenti seri, far riflettere, tra una cialtronata militaristica e l’altra, ma strappando sempre un sorriso nei momenti più inaspettati, penso sia uno dei punti di forza della sua narrativa.
E arriviamo quindi alla sezione del celebratissimo Ghost in the Shell (攻殻機動隊 THE GHOST IN THE SHELL), così significativo da essere anche incluso nel titolo della mostra, quasi a “coronamento” della carriera di Shirow Masamune.
Opera di culto di Shirow Masamune, anche grazie all’iconico adattamento animato a cura di Mamoru Oshii, Ghost in the Shell ha plasmato, riscritto e condizionato l’immaginario della fantascienza, non solo asiatica, trasformandosi nel pane quotidiano di ogni appassionato del genere che si rispetti e portando alla nascita di lavori che ancora oggi risentono della sua (benefica) influenza.
La storia editoriale di questo manga inizia nel 1989 sulla rivista Young Magazine della Kodansha.
Per la pubblicazione in volume del 1991, l’autore approfittò del maggior tempo a disposizione per ampliare i contenuti del lavoro, aggiungendo nuove tavole e rivedendone alcune.
Di seguito condivido con voi gli allestimenti delle splendide tavole a colori e delle pagine del manga originali.

Particolarmente complesso è lo sviluppo di questo titolo negli anni, ripreso più volte dall’autore con sequel originali legati a doppio filo con i progetti animati, anche se sempre indipendenti.
Nel 2001 vengono raccolti in volume i capitoli pubblicati saltuariamente su rivista negli anni successivi col titolo GHOST IN THE SHELL 2: ManMachine Interface, ma bisognerà aspettare il 2003 per alcuni degli altri capitoli rimasti fuori dal primo albo, in seguito rilasciato col titolo GHOST IN THE SHELL 1.5: Human-Error Processer, le cui tavole erano in mostra e potevano essere osservate da vicino da noi poveri visitatori, esterefatti dalla dovizia di particolari e la maturazione visiva dell’autore.

In questi lavori il disegno di Shirow Masamune si arricchisce di dettagli e contaminazioni in computer grafica, che diventeranno una presenza fissa nei suoi lavori più recenti.
Il disegno si fa più realistico, i siparietti comici diminuiscono e la colorazione digitale si fa morbida e compiacente, arricchendo i ritratti delle protagoniste femmili di voluttuosità ma al tempo stesso “raffreddando” di molto la mia impressione rispetto ai primi lavori.

Proseguiamo nella mostra e facciamo allo stesso tempo un passo indietro, perché andiamo a parlare di Orion (仙術超攻殻 ORION), pubblicato tra il 1990 e il 1991 sulla rivista Comic Gaia, e di fatto serializzato contemporaneamente a Ghost in the Shell su Young Magazine.

Questo lavoro, nonostante l’ambientazione smaccatamente fantasy, che gioca con mitologie di varie culture strizzando l’occhio addirittura a Lovecraft, non si dimostra avaro di suggestioni e contaminazioni fantascientifiche, arrivando a creare veri e propri neologismi basati su doppi sensi giapponesi per contestualizzare con originalità l’ispirazione alla fisica quantistica e al misticismo asiatico.

La storia è ambientata nell’immaginario Regno di Yamato, un piccolo pianeta parte del più ampio Impero Galattico nella galassia di Orione.
Al suo interno, due scuole spirituali combattono per imporre il proprio rituale per la distruzione del karma interplanetario: mentre lo scienziato Ebime idea la creazione del Generatore Naga col pigro supporto dell’Imperatore ignorando i rischi di distruggere l’accumulo di negatività senza espiazione, il potente clan Fuze decide di avvalersi della potenza del dio Susanoo per contrastare la nascita di Naga.
La nostra protagonista, la maga Seska, figlia del monaco Fuzen, leader del clan, si troverà invischiata in questo conflitto dagli esiti catastrofici a causa del padre, che sigillerà nel corpo della ragazza un dharma fondamentale per il progetto Naga per impedirne l’attuazione, rendendola di fatto una divinità e mettendola davanti a un’immensa scelta esistenziale che coinvolgerà l’equilibrio dell’intero sistema planetario!
C’è un’area completamente dedicata al mitico Fuchikoma.
Nell’intervento, Shirow Masamune non nasconde il suo affetto per il robottino originale di Ghost in the Shell, la cui origine sembra partire dal Kurojikoma di SEVEN TRAPS.
Anche se il Kurojikoma ha come fonte di ispirazione i modelli di AKIRA, è forse un po’ eccessivo far risalire anche il Fuchikoma ad Otomo: Shirow racconta infatti di essere rimasto impressionato dai design di robot “dalla forma di insetti” di certi cartoni animati stranieri di quando era bambino.
Il primo germe in questo senso si può forse vedere nei Landmate ideati ai tempi dei circoli di fanzine, ma l’unicità dei robottini dotati di funzionalità mobili multifunzioni e al tempo stesso di una AI interattiva “carina” va riconosciuta ed attribuita senza dubbi al suo creatore e ricondotta senza dubbio al Fuchikoma.
La parte finale della mostra è dedicata alle illustrazioni dell’autore, e si chiude con i contributi eccellenti di artisti che hanno voluto dimostrare la loro riconoscenza a Shirow Masamune con delle illustrazioni originali.
Quella dedicata alle illustrazioni di Shirow è forse la sezione più “deprimente” della mostra? Se in effetti la sua produzione manga resta erratica, ma abbastanza omogenea nella qualità del lavoro, con l’introduzione della CG il tratto del nostro, pur arricchendosi di una nuova consapevolezza visiva sembra aver perso del tutto d’incisività e “contenuti”…

Dalle ragazzette tutte capezzoli e spruzzate alle frigide pin-up contemporanee non ho potuto fare a meno di contastatare una certa “decadenza” di contenuti… Che il nostro abbia detto tutto ciò che gli restava da dire..?
Naturalmente la mia non va intesa come una critica verso l’utilizzo del mezzo digitale, anzi. L’arricchimento delle illustrazioni di Shirow portato dall’introduzione delle nuove tecnologie grafiche resta indubbio, e l’autore dimostra una piena padronanza del mezzo. L’impressione che mi allarma un po’, è che dietro tutto questo virtuosismo tecnico ci sia poco o niente da trasmettere, tra pose ripetitive e pattern ricorrenti…
Bello ma vuoto, insomma.
La sezione conclusiva, come vi accennavo, espone omaggi di altri artisti all’opera di Shirow.

Ho scelto per voi le belle illustrazioni dell’animatore Ilya Kuvshinov, i mangaka Tsutomu Nihei e OH! GREAT ed infine le mitiche CLAMP.
Delle varie illustrazioni esposte ho trovato particolarmente significative quella di Nihei, per come immerge il Maggiore nella metropoli, altra grande co-protagonista del lavoro, e certamente quella delle CLAMP, tra le più fotografate dai visitatori, per come interpreta con dinamismo il personaggio di Seska.
Sempre in questa ultima area c’erano dei piccoli spazi promozionali; senza dubbio da segnalare l’annuncio della nuova animazione dedicata a Ghost in The Shell curata dallo studio Science Saru. La serie TV inizierà la trasmissione nel 2026.
Lo scorso Aprile, quando è stato rivelato l’annuncio, la key-visual è bastata a scatenare l’entusiasmo tra i fan di Shirow, grazie al ritratto della mitica Maggiore Kusanagi in uno stile la cui caratterizzazione ricorda quella del manga originale, aggiungendo tratti personali ed originali. –Il Maggiore che sorride!! –E con tutti quei vestiti addosso!
Tra le installazioni, tra cui una in cui si poteva assumere l’iconica posa fetale del Maggiore sulla copertina del primo volume di Ghost in the Shell, questo simpatico photo-spot dedicato ai Tachikoma!
Subito dopo l’uscita, esibendo obbligatoriamente il proprio biglietto della mostra, era infine possibile accedere all’esclusiva shopping area, dove si poteva acquistare materiale dedicato alla mostra, che andava dalle t-shirt ai libri di illustrazioni, passando per gli immancabili clear stand.
Visto che nei giorni precedenti ci avevo dato sotto con lo shopping (e il peso in valigia!) avevo deciso di saltare l’area, poi per curiosità sono entrata e ho fatto bene! Oltre al tornare a casa arricchita dell’obbligatorio clear file col manifesto della mostra come souvenir, infatti, ho avuto la possibilità di dare un’occhiata ad alcune figure dedicate al lavoro di Shirow Masamune prossimamente in vendita ed esposte in anteprima proprio in quest’area.

Tra i vari contributi, interpretazioni di Max Factory e Be@rbrick che di certo faranno la felicità dei collezionisti delle serie, i personaggi ritratti, o anche solo dei brand!
In conclusione, splendida mostra, consigliatissima sotto tutti i punti di vista—Ma fatevi un piacere, oltre a “guardarla”, digeritela con attenzione!
Durante il mio recente viaggio a Tokyo ho avuto la possibilità di visitare qualche mostra e luogo interessante, ed avvicinarmi a realtà ed esperienze che credo abbiano influito positivamente sulla mia ispirazione e percezione.
La prima di queste esperienze è senza dubbio la decantatissima mostra dedicata al lavoro di Shirow Masamune, illustratore e soprattutto mangaka di fama interstellare, un punto di riferimento per chi è appassionato di fantascienza giapponese o anche solo di belle arti—Sfido chiunque stia leggendo queste pagine a non aver tenuto uno dei suoi manga tra le mani fantasticando di futuri distopici ma ancora pregni di passione e speranza, o a non aver provato a scopiazzarne i disegni con fare accademico…
Pur avendo perso volontariamente di vista questo artista nei suoi ultimi lavori, non ho potuto fare a meno di tornare con la memoria a quei giorni di curiosità e fantasia, e sfidando lo schizofrenico meteo giapponese, mi sono armata di felpetta e ottimismo in quel di Setagaya, uno dei quartieri meno trafficati dalla popolazione otaku internazionale ma tra i più frizzantini di Tokyo, in grado di affascinare ogni genere di visitatore.
Il Setagaya Literary Museum si è rivelato un’interessantissima sorpresa, offrendomi la possibilità di entrare in contatto con materiali straordinari di cui spero di potervi parlare in seguito… Detto questo, entriamo nella prima sala, che ci introduce il lavoro di Shirow, puntellata di schizzi, riproduzioni e tavole originali.
Si inizia con un bel pannello cronologico che ci introduce alla sua carriera artistica, che inizia nel 1983 con il manga Black Magic.

Black Magic (ブラックマジック) è un manga di genere cyber-punk originariamente pubblicato amatorialmente dal nostro sotto forma di fanzine (doujinshi) con il circolo Atlas, fondato negli anni ’70 tra i corridoi del liceo Amagasaki della prefettura di Hyogo.
Il lavoro, composto da vari racconti brevi, è ambientato sul pianeta Venere in un ipotetico futuro, ed i suoi protagonisti sono “bioroidi”, fusioni tra uomo e macchina originati dal super-computer Nemesis, le cui dispute fanno da pretesto per lo sviluppo della storia, che ha come protagonista la potente “strega” Duna Typhone.
I manoscritti saranno ufficialmente pubblicati dalla casa editrice Seishinsha nel 1985, dando vita alla carriera di mangaka del nostro e gettando i semi di ciò che costituirà in futuro i suoi temi prediletti.
Nel 1987 ne verrà tratto un OAV dal titolo Black Magic M-66, forse più famigliare al pubblico italiano, i cui contenuti e protagonisti hanno poco a che spartire con il racconto originale da cui è ispirato, di cui mantiene solo l’idea di un androide da combattimento in fuga coinvolto in una battaglia urbana.
Sempre questa prima area “introduttiva” della mostra, dei pannelli con le varie fasi di colorazione di un’illustrazione.

Una delle sezioni più interessanti, a mio avviso, è quella che immagina la libreria del nostro, in cui spiccano riviste inaspettate ma, col senno di poi, abbastanza ovvie.
La prima tra queste è senza dubbio Science (サイエンス), l’edizione giapponese della rivista statunitense Scientific American, di cui il giovane Shirow Masamune sembrava essere un avido lettore.

Continuando a sbirciare tra gli scaffali notiamo tantissime riviste scientifiche ma è impossibile non far cadere l’occhio sulla nutrita collezione di numeri di Heavy Metal!

Osservando le conturbanti copertine dei fascicoli viene naturale dedurre da dove proviene un certo immaginario del nostro, che fonde avventurose ambientazioni futuristiche ad affascinanti quanto energiche protagoniste dagli abiti succinti.
Oltre a queste riviste, che il nostro confessa essere “ricoperte di post-it”, Shirow Masamune racconta che la sua libreria è piena di altre pubblicazioni specializzate, che vanno dalle raccolte illustrate di navi da guerra del mondo al collezionismo di coltelli militari—
La sessione successiva è dedicata ad Appleseed (アップルシード), ed è davvero emozionante trovarsi davanti agli storyboard (o name, per usare il termine giapponese più appropriato) originali del manga, forse anche più delle tavole, perché è da qui che si percepisce il germe creativo dell’artista.
Appleseed inizia la sua pubblicazione nel 1985, direttamente in volume, una rarità per l’epoca.

In questo lavoro Shirow Masamune riprende a piene mani dal precedente Black Magic, ritornando sulla riflessione tra le differenze umano/macchina e umano “naturale”/”artificiale”, ripescando anche le suggestioni “mitologiche” per i nomi di personaggi, organizzazioni e luoghi all’interno del lavoro.
Dopo la pubblicazione dei primi quattro volumi, Appleseed viene trasferita su rivista per una serializzazione mensile sulle pagine della rivista Comic Gaia. Il manga verrà purtroppo interrotto subito dopo per volere dell’autore, che nel 1989 ne dichiarerà lo stop.
Proseguiamo la nostra passeggiata, ed eccoci arrivare a Dominion (ドミニオン), altro titolo arrivato in Italia grazie all’indimenticata Granata Press nell’ormai lontano 1992, ma che inizia la sua pubblicazione originale in Giappone sulla rivista ComiComi nel 1985.

Questo manga esplora l’argomento dell’inquinamento terrestre e dell’inefficienza di un servizio di sicurezza che ignora le necessità della popolazione per asservirsi al potere, e lo fa con cipiglio ironico e divertente che rende la lettura particolarmente spassosa, nonostante le pesanti critiche mosse dal nostro all’amministrazione di New Port, metafora circoscritta della nostra società e della plausibile fine che potrebbe fare.
Uno dei punti di interesse di questo manga è l’interpretazione “cicciosa” dei mecha, tra cui spicca l’ìrresistibile tankerino Napoleone della protagonista Leona, che ricorda moltissimo le spesso dimenticate, splendide illustrazioni mecha di Akira Toriyama.
Sbirciando le tavole da vicino, poi, impossibile non soffermarsi sui dettagli “del mestiere”, come le indicazioni su quali retini utilizzare per ottenere certe gradazioni di grigio. E’ da ricordare infatti che le tavole originali dei manga sono di norma più grandi del loro corrispettivo stampato, ed utilizzare il retino giusto diventa fondamentale, se si vuole garantire una resa gradevole del chiaroscuro.

Un altro fattore che spesso passa in secondo piano, ma io considero fondamentale dell’opera di Shirow Masamune, almeno nei suoi primi lavori, è l’irrefrenabile umorismo che percorre le tavole—Parlare di argomenti seri, far riflettere, tra una cialtronata militaristica e l’altra, ma strappando sempre un sorriso nei momenti più inaspettati, penso sia uno dei punti di forza della sua narrativa.

E arriviamo quindi alla sezione del celebratissimo Ghost in the Shell (攻殻機動隊 THE GHOST IN THE SHELL), così significativo da essere anche incluso nel titolo della mostra, quasi a “coronamento” della carriera di Shirow Masamune.

La storia editoriale di questo manga inizia nel 1989 sulla rivista Young Magazine della Kodansha.
Per la pubblicazione in volume del 1991, l’autore approfittò del maggior tempo a disposizione per ampliare i contenuti del lavoro, aggiungendo nuove tavole e rivedendone alcune.
Di seguito condivido con voi gli allestimenti delle splendide tavole a colori e delle pagine del manga originali.

Particolarmente complesso è lo sviluppo di questo titolo negli anni, ripreso più volte dall’autore con sequel originali legati a doppio filo con i progetti animati, anche se sempre indipendenti.
Nel 2001 vengono raccolti in volume i capitoli pubblicati saltuariamente su rivista negli anni successivi col titolo GHOST IN THE SHELL 2: ManMachine Interface, ma bisognerà aspettare il 2003 per alcuni degli altri capitoli rimasti fuori dal primo albo, in seguito rilasciato col titolo GHOST IN THE SHELL 1.5: Human-Error Processer, le cui tavole erano in mostra e potevano essere osservate da vicino da noi poveri visitatori, esterefatti dalla dovizia di particolari e la maturazione visiva dell’autore.

In questi lavori il disegno di Shirow Masamune si arricchisce di dettagli e contaminazioni in computer grafica, che diventeranno una presenza fissa nei suoi lavori più recenti.
Il disegno si fa più realistico, i siparietti comici diminuiscono e la colorazione digitale si fa morbida e compiacente, arricchendo i ritratti delle protagoniste femmili di voluttuosità ma al tempo stesso “raffreddando” di molto la mia impressione rispetto ai primi lavori.

Proseguiamo nella mostra e facciamo allo stesso tempo un passo indietro, perché andiamo a parlare di Orion (仙術超攻殻 ORION), pubblicato tra il 1990 e il 1991 sulla rivista Comic Gaia, e di fatto serializzato contemporaneamente a Ghost in the Shell su Young Magazine.


Al suo interno, due scuole spirituali combattono per imporre il proprio rituale per la distruzione del karma interplanetario: mentre lo scienziato Ebime idea la creazione del Generatore Naga col pigro supporto dell’Imperatore ignorando i rischi di distruggere l’accumulo di negatività senza espiazione, il potente clan Fuze decide di avvalersi della potenza del dio Susanoo per contrastare la nascita di Naga.
La nostra protagonista, la maga Seska, figlia del monaco Fuzen, leader del clan, si troverà invischiata in questo conflitto dagli esiti catastrofici a causa del padre, che sigillerà nel corpo della ragazza un dharma fondamentale per il progetto Naga per impedirne l’attuazione, rendendola di fatto una divinità e mettendola davanti a un’immensa scelta esistenziale che coinvolgerà l’equilibrio dell’intero sistema planetario!
C’è un’area completamente dedicata al mitico Fuchikoma.
Anche se il Kurojikoma ha come fonte di ispirazione i modelli di AKIRA, è forse un po’ eccessivo far risalire anche il Fuchikoma ad Otomo: Shirow racconta infatti di essere rimasto impressionato dai design di robot “dalla forma di insetti” di certi cartoni animati stranieri di quando era bambino.

La parte finale della mostra è dedicata alle illustrazioni dell’autore, e si chiude con i contributi eccellenti di artisti che hanno voluto dimostrare la loro riconoscenza a Shirow Masamune con delle illustrazioni originali.


Naturalmente la mia non va intesa come una critica verso l’utilizzo del mezzo digitale, anzi. L’arricchimento delle illustrazioni di Shirow portato dall’introduzione delle nuove tecnologie grafiche resta indubbio, e l’autore dimostra una piena padronanza del mezzo. L’impressione che mi allarma un po’, è che dietro tutto questo virtuosismo tecnico ci sia poco o niente da trasmettere, tra pose ripetitive e pattern ricorrenti…
Bello ma vuoto, insomma.
La sezione conclusiva, come vi accennavo, espone omaggi di altri artisti all’opera di Shirow.

Delle varie illustrazioni esposte ho trovato particolarmente significative quella di Nihei, per come immerge il Maggiore nella metropoli, altra grande co-protagonista del lavoro, e certamente quella delle CLAMP, tra le più fotografate dai visitatori, per come interpreta con dinamismo il personaggio di Seska.
Sempre in questa ultima area c’erano dei piccoli spazi promozionali; senza dubbio da segnalare l’annuncio della nuova animazione dedicata a Ghost in The Shell curata dallo studio Science Saru. La serie TV inizierà la trasmissione nel 2026.
Lo scorso Aprile, quando è stato rivelato l’annuncio, la key-visual è bastata a scatenare l’entusiasmo tra i fan di Shirow, grazie al ritratto della mitica Maggiore Kusanagi in uno stile la cui caratterizzazione ricorda quella del manga originale, aggiungendo tratti personali ed originali. –Il Maggiore che sorride!! –E con tutti quei vestiti addosso!Tra le installazioni, tra cui una in cui si poteva assumere l’iconica posa fetale del Maggiore sulla copertina del primo volume di Ghost in the Shell, questo simpatico photo-spot dedicato ai Tachikoma!
Subito dopo l’uscita, esibendo obbligatoriamente il proprio biglietto della mostra, era infine possibile accedere all’esclusiva shopping area, dove si poteva acquistare materiale dedicato alla mostra, che andava dalle t-shirt ai libri di illustrazioni, passando per gli immancabili clear stand.
Visto che nei giorni precedenti ci avevo dato sotto con lo shopping (e il peso in valigia!) avevo deciso di saltare l’area, poi per curiosità sono entrata e ho fatto bene! Oltre al tornare a casa arricchita dell’obbligatorio clear file col manifesto della mostra come souvenir, infatti, ho avuto la possibilità di dare un’occhiata ad alcune figure dedicate al lavoro di Shirow Masamune prossimamente in vendita ed esposte in anteprima proprio in quest’area.

In conclusione, splendida mostra, consigliatissima sotto tutti i punti di vista—Ma fatevi un piacere, oltre a “guardarla”, digeritela con attenzione!
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